Relazioni

Quando il feedback incontra il dialogo interno

Nel 2012 Google ha avviato il Project Aristotle, uno dei più ampi studi mai realizzati sui team ad alte prestazioni. L’obiettivo era comprendere quali caratteristiche distinguessero i gruppi più efficaci all’interno dell’organizzazione. I risultati hanno sorpreso gli stessi ricercatori: il fattore che influenzava maggiormente le performance non era la composizione del team, il livello di competenza dei singoli o la presenza dei migliori talenti, ma la sicurezza psicologica.

Da allora il concetto di Psychological Safety, definito da Amy Edmondson come la convinzione condivisa di poter esprimere idee, fare domande, segnalare errori e assumersi rischi interpersonali senza il timore di conseguenze negative, è diventato uno dei pilastri della leadership contemporanea. Le organizzazioni investono sempre più nella formazione dei manager, nella qualità del feedback e nella costruzione di contesti capaci di favorire fiducia, collaborazione e apprendimento.La letteratura scientifica conferma il valore di questo approccio. I team caratterizzati da elevata sicurezza psicologica apprendono più velocemente, condividono informazioni con maggiore facilità, affrontano gli errori come occasioni di miglioramento e mostrano una maggiore capacità di innovare.

L’esperienza quotidiana, ci racconta qualcosa di più.

Anche nei contesti in cui il clima relazionale è positivo, le persone non reagiscono tutte allo stesso modo. C’è chi accoglie un feedback con interesse, chi sente il bisogno di giustificarsi, chi tende a chiudersi e chi interpreta ogni osservazione come un’opportunità per affinare il proprio lavoro.

Se il contesto è il medesimo, da dove nasce questa differenza? Una possibile risposta arriva dalla psicologia cognitiva. Richard Lazarus, con la sua teoria dell’appraisal, ha mostrato che gli eventi non producono automaticamente una risposta emotiva. Tra ciò che accade e ciò che proviamo esiste un processo di valutazione attraverso il quale attribuiamo significato all’esperienza. È questa interpretazione a orientare le emozioni e i comportamenti successivi.

Anche il feedback attraversa questo processo.

Un’osservazione del proprio responsabile può essere interpretata come un’informazione utile per migliorare una prestazione oppure come un giudizio sul proprio valore professionale. La differenza non dipende esclusivamente dalle parole utilizzate, ma anche dalle convinzioni, dalle aspettative e dal dialogo interno di chi ascolta. In psicologia questo dialogo viene descritto come l’insieme dei pensieri automatici e degli schemi cognitivi attraverso cui leggiamo la realtà. Si tratta di processi estremamente rapidi, costruiti nel tempo attraverso le esperienze personali e professionali, che influenzano il modo in cui percepiamo noi stessi e il rapporto con gli altri.

Quando il valore personale coincide con la necessità di dimostrare continuamente competenza, il feedback può assumere un significato identitario. Ogni osservazione rischia di essere vissuta come una conferma di inadeguatezza piuttosto che come un’informazione sulla prestazione. Carol Dweck, attraverso gli studi sulla Growth Mindset Theory, ha evidenziato come le persone orientate alla crescita considerino capacità e competenze come elementi sviluppabili. Questa prospettiva favorisce una maggiore disponibilità a chiedere feedback, sperimentare nuove strategie e apprendere dagli errori. Al contrario, una rappresentazione più statica delle proprie capacità rende più probabile l’adozione di atteggiamenti difensivi quando emerge un elemento critico.

Anche le ricerche di Kristin Neff sull’autocompassione offrono uno spunto interessante. Le persone che sviluppano una relazione equilibrata con i propri limiti mostrano una maggiore capacità di accettare osservazioni critiche senza compromettere la propria autostima. La possibilità di riconoscere un errore senza trasformarlo in un giudizio sulla propria identità facilita l’apprendimento e sostiene la motivazione al miglioramento.

Tali evidenze ampliano il modo in cui possiamo osservare la sicurezza psicologica.

Tradizionalmente il tema è stato affrontato come una responsabilità organizzativa. Leadership, cultura, processi e qualità delle relazioni rappresentano senza dubbio le condizioni che permettono alle persone di sentirsi accolte e ascoltate. Accanto a questa dimensione esiste però un livello altrettanto rilevante, legato alle risorse psicologiche individuali con cui ciascuno entra nella relazione.

La sicurezza psicologica prende forma nell’incontro tra questi due livelli. Un’organizzazione può creare un ambiente nel quale il confronto sia incoraggiato e il feedback rappresenti uno strumento di sviluppo. Ogni persona, a sua volta, interpreta quell’esperienza attraverso il proprio modo di attribuire significato agli eventi, di gestire la vulnerabilità e di costruire la percezione di sé. Per chi si occupa di sviluppo delle persone questa prospettiva apre una riflessione importante. Promuovere una cultura del feedback significa certamente sviluppare competenze comunicative e relazionali, ma significa anche aiutare le persone a riconoscere i propri schemi interpretativi. La capacità di accogliere un punto di vista diverso, riflettere sul proprio operato e trasformare un’osservazione in apprendimento rappresenta una competenza psicologica prima ancora che organizzativa.

Forse è proprio qui che la sicurezza psicologica trova la sua espressione più completa. Nasce nelle relazioni che le organizzazioni sono capaci di costruire, cresce nella qualità della leadership e si consolida nella relazione che ciascuno sviluppa con sé stesso. È dall’incontro tra questi elementi che il feedback diventa uno strumento di crescita, l’errore un’opportunità di apprendimento e il confronto una risorsa per generare valore condiviso.