In un recente scambio di idee, è emersa una domanda che mi ha fatto riflettere profondamente: è il consumatore che sceglie cosa vedere, o è l’industria che ci sottopone un contenuto?
Una domanda così semplice ma allo stesso tempo così complessa, ha dato origine a questa riflessione che va oltre la mera dinamica di scelta e consumo dei contenuti. In effetti, la risposta non è univoca, ma dipende da un equilibrio sottile tra ciò che l’industria ci propone e la nostra capacità, o incapacità, di scegliere consapevolmente.
Guardando ciò che accade sui social, soprattutto con i video e i meme ci rendiamo conto che spesso ci viene proposta una versione degli accadimenti distorta e caricaturale. Eppure, milioni di persone guardano, seguono, condividono questi contenuti. Come è possibile? La risposta, come sottolinea il prof. Umberto Galimberti, è che, pur essendo capaci di leggere, non siamo sempre in grado di comprendere profondamente ciò che leggiamo. In altre parole, saper leggere non è sufficiente; bisogna saper decodificare i messaggi, analizzare, valutare e riflettere su di essi. Oggi, le persone si trovano a confrontarsi con un flusso di informazioni che non sanno interpretare criticamente, perché non sono mai stati educati a farlo: la scuola, come la conosciamo, ha fornito gli strumenti tecnici per leggere e scrivere, ma non sempre ha stimolato lo sviluppo di una capacità di comprensione critica.
Questa mancanza di educazione critica è la radice del problema che vediamo oggi sui social, dove il contenuto non è più valutato in base al suo valore culturale o educativo, ma in base alla sua capacità di generare attenzione immediata. Le immagini, i video, i meme che circolano non sono progettati per stimolare riflessione o approfondimento, ma per suscitare reazioni emotive forti. Ed è proprio questo che li rende virali. Chi non ha sviluppato una lettura critica si lascia catturare da contenuti grotteschi, volgarità o messaggi sensazionalistici, sentendosi parte di una comunità che si riconosce nella superficialità.
In questo modo, la stupidità diventa appartenenza, il pregiudizio diventa carburante, e l’ignoranza si trasforma in spettacolo.
Citando ancora il prof. Galimberti, oggi viviamo in una società che, pur avendo gli strumenti per leggere e scrivere, fatica a comprendere ciò che viene letto. Non basta più il semplice atto di decodificare le parole; bisogna avere la capacità di interrogarsi, di riflettere, di andare oltre la superficie. Ecco perché i social diventano il terreno fertile per la diffusione di contenuti che, anziché stimolare la crescita, alimentano la disinformazione e la superficialità. Ogni like, ogni condivisione, si trasforma in profitto.
Non importa se il contenuto è volgare, sensazionalistico o distorto: l’importante è che faccia rumore, che generi attenzione, che porti visibilità. E in un sistema così strutturato, è facile per l’industria manipolare le emozioni e le fragilità degli utenti, sfruttando la loro incapacità di pensare criticamente.
L’educazione critica, quindi, è ciò che manca. Non solo nelle scuole, ma anche nella formazione della nostra visione del mondo. È la capacità di distinguere tra ciò che costruisce e ciò che distrugge, tra ciò che è vero e ciò che è manipolato. E purtroppo, come abbiamo visto, questa educazione è carente in molte generazioni, soprattutto in quelle cresciute con una scuola che, pur fornendo gli strumenti per leggere e scrivere, non ha stimolato un’analisi profonda e consapevole dei contenuti. Questo vuoto educativo si traduce in una difficoltà nel riconoscere e difendersi dalle manipolazioni che i social media, i media tradizionali e altri canali di comunicazione ci propongono quotidianamente.
L’educazione critica non è solo una competenza che si acquisisce a scuola, ma un’attitudine che va coltivata continuamente nella vita quotidiana poiché senza questa capacità, rischiamo di diventare spettatori passivi di contenuti che non solo non ci arricchiscono, ma che spesso ci impoveriscono. Ogni contenuto che consumiamo, ogni video che guardiamo, è un racconto che può diventare parte della nostra cultura condivisa. E se non sviluppiamo una visione critica, quel racconto può radicarsi nella nostra mente, influenzando il nostro modo di pensare e di agire.
La domanda iniziale, è il consumatore che sceglie cosa vedere, o è l’industria che ci sottopone un contenuto? vuole essere un invito a riflettere sul nostro ruolo di consumatori di contenuti. La risposta non è semplice, perché entrambi, industria e consumatori, sono coinvolti in questo processo. L’industria ha il potere di proporre contenuti, ma siamo noi che li scegliamo, li seguiamo, li amplifichiamo. È un circolo che si autoalimenta: più un contenuto è condiviso, più diventa visibile e più genera profitto. E così, continuiamo a vedere ciò che l’industria vuole che vediamo, senza fermarci a riflettere sulla sua qualità, sul suo impatto.
La responsabilità, allora, è anche nelle nostre mani. È nostro compito, come individui e come società, sviluppare una cultura del pensiero critico che ci permetta di fare scelte consapevoli. Ogni volta che scegliamo cosa seguire, cosa condividere, cosa guardare, possiamo decidere se alimentare una comunicazione sana o contribuire a quella che distrugge.